Rosarno: a caccia di neri.
Segnalo questo interessante articolo sulla situazione venutasi a creare a Rosarno. Quantomeno completa il quadro informativo, i mass media più diffusi (=TV) non hanno neanche menzionato le cose raccontate in questo articolo. Leggete BENE le DATE indicate nell’articolo, la situazione che c’era era ormai risaputo, ed è già da diversi anni che prosegue lo SFRUTTAMENTO.
Prima l’”esportazione” (come schiavi) forzata in America per le piantagioni di cotone, adesso l’impiego nella raccolta delle arance, ovviamente la condizione di schiavitù rimane, anche se cambiamo modi e forme.
Quello che leggerete di seguito è davvero raccapricciante, ancora più è sconcertante il fatto che tali notizie vengano volontariamente omesse.
da Il Manifesto
A Rosarno esiste un gioco chiamato “andare per marocchini”, altri lo chiamano “il gioco della Nazionale”. Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni – appunto lungo la via Nazionale – sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla.
C’è anche una variabile: c’è chi sale sui cavalcavia armato di sassi e fa il tiro a bersaglio. E’ anche accaduto – nel 2008 – che i migranti venissero sparati con pistole . Ieri l‘altro, raccontano le cronache, c’erano tre ragazzi a bordo di una macchina scura. Ridevano e urlavano. Poi hanno iniziato a sparare con fucili ad aria compressa.
E’ qui, in questo contesto drammatico, che vivono i migranti di Rosarno. Le minacce e le intimidazioni, lo sfruttamento sul lavoro e le condizioni disumane sono lì, che si mescolano al lavoro prezioso fatto da molti per cercare di rendere la loro vita meno infernale.
Abbiamo conosciuto la storia dei migranti di Rosarno nel 2005, è un ragazzino di 16 anni a raccontarcela per la prima volta. Inizia a raccontare una storia surreale: migliaia di extracomunitari, di neri che vivono in una condizione di schiavitù. Sfruttati nella raccolta di arance nei campi della piana di Gioia Tauro, una giornata di lavoro 25 centesimi, ammassati in una ex fabbrica dismessa a dormire nei cartoni. Fino a quel momento avevamo sentito parlare di luoghi di questo tipo e anche di sfruttamento di migranti nell’agricoltura, ma il caso di Rosarno, a mezz’ora da casa nostra, aveva dell’incredibile.
Andammo di domenica, con due macchine. Nei giorni feriali era impossibile: alle cinque del mattino, ci dicevano, sono già a bordi della nazionale che aspettano di essere presi e portati nei campi (inavvicinabili) e poi ci sono gruppi di compaesani che controllano il posto e si insospettiscono se vedono gente di fuori. Così abbiamo fatto e così siamo entrati nell’inferno chiamato Rosarno. Che oggi solo chi è colpevolmente distratto può dire di non conoscere.
Così adesso che i migranti con coraggio e disperazione hanno deciso di ribellarsi all’ennesimo e violento attacco subito – mentre a Reggio Calabria una bomba alla procura generale passa nel (quasi) disinteresse generale – non vogliamo parlare di quello che c’era dentro alla Cartiera (e nelle ex fabbriche e nei capannoni che oggi l‘hanno sostituita), ora quello che è importante è capire cosa c’era e c’è attorno alla Cartiera.
Quella domenica la cosa più impressionante non furono paradossalmente le condizioni di vita dei migranti, ma fu un vecchio rosarnese che guidava un’Ape che, passando da lì, con un gesto automatico sputò in direzione della Cartiera e urlò: “Cornuti! Mmerda!”. Poi girò lo sguardo e vide noi, dei volti bianchi, delle facce non di Rosarno, stranieri anche noi. E si sentì spiazzato. Ci raccontarono che quello di sputare era un’abitudine giornaliera. Perché? C’è razzismo a Rosarno. E non bisogna nascondersi, come fa il commissario prefettizio dicendo che “il ferimento accaduto ieri di due immigrati non è riconducibile a razzismo”. Bisogna invece provare a disinnescarlo, in un territorio fatto di emigranti e di lavoratori delle campagne. Coloro i quali sfruttano oggi questi lavoratori paradossalmente sono gli stessi che venivano sfruttati negli anni 50 e 60 dai proprietari terrieri.
E c’è un altro cortocircuito che va disinnescato e porta direttamente alla criminalità organizzata.
“Il problema degli immigrati va riallacciato a quello della ‘ndrangheta. C’è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell’assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire”, spiega don Pino Demasi, vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera in Calabria. Il sistema delle cosche è perfetto: i boss che non hanno mai lasciato le campagne richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi di trasporto e si arricchiscono nell’ombra. E pur avendo dei business molto più redditizi continuano a mantenere Rosarno come il loro quartier generale perché poca importanza ha se siamo in presenza di famiglie che fatturano milioni di euro ogni anno con il traffico internazionale degli stupefacenti, il loro potere di sopraffazione è lì che va mantenuto, è lì che va ostentato. Quindi non deve stupire nessuno se i figli di questi boss per esempio come ci racconta Antonello Mangano in “Gli africani salveranno Rosarno. E forse anche l’Italia” in un capitolo dal titolo emblematico “La mafia più pazza del mondo” fanno rapine nei negozi, derubano un migrante a fine giornata o rubano una macchina. Perché “chista è a me zona”.
Che la situazione fosse esplosiva era chiaro da tempo: il 12 dicembre 2008, alle cinque del pomeriggio, due giovani italiani a bordo di una Panda bianca sparano contro un gruppo di migranti che tornano dal lavoro nei campi di aranceti: vengono colpiti due ivoriani. Già quel giorno i migranti erano scesi in piazza per protestare. Già in quelle ore s’era mostrata tutta l’inadeguatezza della risposta dello Stato, dei cittadini di Rosarno. Che questa volta fanno di più: fanno una contromanifestazione per chiedere agli africani di andare via, qualcuno si prende il gusto di salire in terrazza per sparare colpi di pistola in aria.
C’è un intero sistema che è al collasso. Rosarno esiste nell’indifferenza generale. “Durante la stagione della raccolta – ha scritto Alessio Magro sul Manifesto già nel 2006 – le sirene tacciono. Poi arrivano le retate ad orologeria: qualche arresto, un pugno di espulsioni per far quadrare i conti. Ogni tanto un blitz: botte e sconquassi per rimettere ordine nei periodi di tensione”. Nel frattempo un altro anno passa e questi fantasmi dalla pelle nera mandano avanti l’industria degli agrumi. Rosarno è probabilmente il luogo in cui la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. Un fallimento totale. O la sublimazione di un sistema perverso che il ministro Maroni che oggi parla di “troppa tolleranza” continua irresponsabilmente ad alimentare.
Rosarno è lo specchio dell’inadeguatezza della classe dirigente calabrese che si riempie gli occhi del modello Riace e non fa nulla per replicare quella felice esperienza altrove, per permettere ai ragazzi di Rosarno di lavorare tranquillamente.
Tra qualche settimana i lavoratori di Rosarno non serviranno più. Fra un anno ne arriveranno altri. E la ruota ricomincerà a girare.

